Sanpa

Caro Vincenzo,

L’amore non basta, l’amore è possesso…

Lo abbiamo visto due volte Sanpa. La prima volta sul divano della casa famiglia, con i ragazzi, tutto insieme in una lunga e veloce abbuffata. Ci siamo fatti attraversare da mille emozioni. Ci siamo commossi e ci siamo rivisti nelle prime immagini della comunità, c’ha fatto saltare in piedi arrabbiati, con la voglia di prendere a schiaffi Vincenzo Muccioli (il suo Sole Piatti, per intenderci), ci siamo sentiti presi da mille domande in quella stanza d’albergo, appesi ad ogni parola di Fabio Cantelli, ad ogni suo interrogativo, seguendo passo passo il lavoro immenso che lui coraggiosamente affronta nel tentativo di trovare un significato.

La seconda volta Sanpa l’abbiamo visto per necessità impellente. Forse la necessità di provare anche noi a dare un senso ad alcuni passaggi ambigui.

Poi abbiamo iniziato a sentire amici e conoscenti parlarne.

Persone dentro e fuori le realtà di aiuto. Insomma anche questo ci ha colpiti. Non ci saremmo mai aspettati che una storia di quel tipo, che per noi è realtà quotidiana, monopolizzasse l’attenzione di tante persone. Un pò come se i nostri discorsi quotidiani, le domande che ci poniamo, grazie a questo documentario, avessero sconfinato fuori dalle nostre riunioni o fuori da quel piccolo mondo che sono le istituzioni di aiuto.

Sanpa ha una portata simbolica pazzesca.

Lungi da noi parlare dell’estetica del documentario, lavoro che non saremmo in grado di fare. Ma dentro c’è la vita e la morte, l’amore e la violenza, il potere e la caduta. Ci sono le catene e l’orrore, la carne viva e tanti corpi. Qualcosa di primitivo e potentissimo, ma anche illusorio e fuorviante.

Abbiamo aspettato diversi giorni prima di trovare il coraggio di scrivere qualcosa. Di trovare anche la voglia di farlo. Perché Sanpa è un piccolo capolavoro di confusione e orrore e per quanto attira a sé, altrettanto ci respinge.

Crediamo che a questa forza di attrazione e alla confusione che segue, molte persone abbiano risposto in modo, secondo noi, folle. Pensiamo per capirci a frasi tipo “ma lui ne ha salvati tanti”, “a quell’epoca c’era solo San patrignano”, oppure quella più odiosamente scivolosa “per lui erano come dei figli, e che faresti se un figlio esce di casa e rischia di morire, non lo legheresti con delle catene?”.

Entriamo subito nel vivo e rispondiamo. Bè, cazzo: certo che no!

Queste domande però ci sono rimaste in mente in modo terribile e sollevano almeno un paio di questioni. Intanto è tutto detto male e le parole come dice Moretti, sono importanti. Il verbo “salvare”, che presuppone un salvatore e forse forse anche un colpevole, ci è dannatamente odioso. Sentiamo già chi dice che si tratta di un salvare la vita e ci possiamo anche stare. Ma allora dopo che hai salvato la vita, togliti dalle scatole e fai passare chi ha un ruolo di cura. Ma all’epoca non c’era nessuno. E questa è una roba assurda da dire. Tanto che è vero il contrario. Oggi non c’è quasi nessuno che vive realtà comunitarie. Oggi. Alla fine degli anni settanta, inizio ottanta, era pieno il mondo. C’erano state comunità come paradigma di un nuovo vivere sociale, in Italia c’era Basaglia e appena fuori dai nostri confini nazionali decine di esperienze di cura della malattia mentale, in piccoli gruppi, spalla a spalla con i medici, psicologi ed educatori. Laing vi dice niente? A Roma c’era Marco Lombardo Radice. Bastava guardare un metro oltre le colline riminesi per trovare esempi.

E veniamo alle catene di cui ci sembra ci sia un certo desiderio nella popolazione. E ciò è inquietante. Come si fa a non vedere in quelle catene, nello schifo della piccionaia, della porcilaia, la disumanità del lager? Le catene sono un’immagine disumanizzante del tossico, punitiva, umiliante. Ci mostrano non tanto il desiderio di salvare una vita, ma quanto come fosse considerata quella vita. Lo schiavo negro, l’ebreo, lo zingaro, l’animale, tutte quelle categorie con le quali l’immaginario umano gioca al gioco di capire il male. In quel momento toccò al tossico essere la rappresentazione del male, aiutandoci a dare una spiegazione facile e concreta, rassicurante. Eccolo là il male, stretto in catene e gettato negli escrementi, finalmente al suo posto.

Abbiamo affettuosamente odiato chiunque ci abbia detto “ma loro volevano essere incatenati”. Personalmente l’immagine di quei ragazzi in catene ci ha offeso così come i diversi passaggi in cui Vincenzo Muccioli si difende mettendo avanti l’amore. Crediamo sia sincero così come molto pericoloso. Proprio in quanto in ognuno di noi c’è quel maledetto desiderio di riconoscere il male e confinarlo in qualunque posto che non sia in noi e perché si gioca sul terreno dell’ambiguità come se “salvezza” e libertà fossero opposti tra i quali scegliere.

E già risuonano altri discorsi. In Cina non c’è più Covid, forse il problema è l’eccessiva libertà degli stati democratici. A Taranto bisogna scegliere tra salute e lavoro. Hitler era un genio che ha risollevato l’economia tedesca dopo la prima guerra mondiale. Mussolini ha fatto molto per gli italiani.

Bisognerebbe piuttosto avere il coraggio di farsi domande su tali questioni finchè non appare chiaro l’inganno. E l’inganno è la domanda stessa, troppo semplice per tenere insieme gli estremi tra cui si muove. Vita e morte appunto.

E allora?

E allora pensandoci bene ci è venuto in mente un passaggio di un lavoro di Marco Lombardo Radice. Marco aveva la responsabilità del reparto di neuropsichiatria infantile, proprio in quegl’anni, che aveva organizzato come una piccola comunità. In quel lavoro si pone la questione del trattamento sanitario obbligatorio. Rimane dentro la contraddizione enorme posta da quella domanda. E ci vuole coraggio e tantissimo rispetto per l’umano per tenersi dentro le strettoie di tali domande.

Forse è proprio quell’ostentazione di sicurezza che ci ha fatto odiare San Patrignano. Il non porsi mai nel dolore di chi è costretto a prendere delle decisioni terribili.

Per gli stessi motivi ci ha molto colpiti Red Ronnie, in un passaggio specifico delle sue interviste. Due ragazzi si sono suicidati e uno è stato ucciso. Lui candidamente dice qualcosa di incredibile. Si stupisce che solo così pochi ragazzi siano morti.

Questa frase è qualcosa di gigantesco, che ci dovrebbe far pensare per una vita intera. Perché lui ha ragione e al tempo stesso copre il punto fondamentale. Perché il punto, caro Red, qui è il come anche quell’unico ragazzo sia morto. Perché se avessi il coraggio di sostare un attimo in più su quella vicenda avresti anche potuto aiutare l’amico Muccioli a porsi delle domande sui limiti della sua creatura. Invece succede che quella frase gigantesca, perda la sua verità e venga presa nel vortice di continuare a coprire l’orrore e la violenza.

Ora veniamo al punto, ciò che ci ha sconcertato e ci ha fatto amare Sanpa.

L’elenco delle contraddizioni infatti sarebbe facile, sarebbe potenzialmente infinito, così come ciò che a quella comunità e al suo fondatore è mancato. Niente lavoro su quell’amore iniziale, niente supervisione, niente riflessione sul gruppo, sul metodo, niente dubbi, mai neanche uno. L’ostentazione del potere nell’immagine di una comunità più volte ripresa nel documentario, nel suo crescere bulimico, migliaia di ragazzi, mentre tutto il mondo della scienza suggeriva il lavoro sui piccoli gruppi. L’odio che ci ha suscitato ogni politico mentre mangia e sfila in quello show room dell’inganno.

E dunque è per questo che Cantelli ci ha fatto stare letteralmente per giorni con un nodo in gola.

Amiamo pensare che chiunque si occupi di realtà di aiuto e abbia un’esperienza comunitaria sia stato letteralmente paralizzato dalle sue riflessioni. E il motivo è che chiunque di noi, seppure non le ha mai pensate quelle cose lì, comunque non può non conoscerle. Quelle cose lì, cioè il punto esteso tra la vita e la morte, nel quale ogni legge, ogni convinzione, ogni punto fermo su noi stessi, dilegua e diventa tutto relativo. C’è un territorio angoscioso, grigio, freddo, nel quale chi ha la responsabilità della vita altrui è guardato da uno specchio e ciò che si riflette è sempre terribile, incomprensibile e indecidibile col senso comune. Aiutando ragazze e ragazzi si assiste a cose incredibili, tutti i giorni!

Nelle case famiglia per adolescenti ad esempio se ne fa esperienza ogni volta, ogni singola volta, che dall’esterno istituzioni che hanno una funzione di controllo, provano a verificare il nostro lavoro. L’impressione costante è che non lo capiscano mai, mancando delle coordinate stesse per farsi un’idea. Partono quindi da un preconcetto e si finisce sempre nella migliore delle ipotesi a non incontrarsi, nella peggiore ad essere crocifissi.

Di ciò, secondo il nostro punto di vista, fa parte soprattutto la prima fase della narrazione di Sanpa. L’andare a riacchiappare i ragazzi per strada, la notte, quel luogo dell’inizio pieno di polvere e fango, le mille sigarette, i corpi svestiti, il sudore. E anche una certa dose di violenza difficilissima da giudicare. Molto oltre il buon giudizio borghese.

Ma non possiamo non considerare che proprio perché non c’è giudizio saldo che tiene in quelle circostanze dell’esistenza, tanto più si deve avere qualcosa dentro che si mantiene fermo. E non è l’amore. È qualcosa che dà anche fastidio a noi che amiamo così tanto i ragazzi, che come Muccioli passiamo il tempo abbracciati con loro. È un elemento terzo, qualcosa che deve stare tra noi e loro, a turbare quel rapporto, ma senza il quale non c’è crescita. Ed è la Legge. Che caro Vincenzo, e qui mi avrebbe fatto piacere parlarne proprio con tutti voi, c’è anche quando forzi e sposti sul limite i suoi confini. Una Legge che ti avrebbe imposto quanto meno di farti domande e farti aiutare. Per poi rimanere su quel limite perché solo stando al limite aiuti chi sta al limite. E questa era un’intuizione incredibilmente potente!

Non dico certo da psicologi e medici. Oggi, come in quegli anni, non capiscono. Ed è vero che devi stare in quella situazione per capirla. Avresti potuto però mettere in forma quel tuo amore così potente e qui anche tu alla fine ci hai commosso.

Sai quando? Quando ti sei spento per i tradimenti dei tuoi più cari ragazzi.

Il nostro amore, tuo e nostro, nei confronti di quei ragazzi è sempre stato la grande risorsa, quella che si vede subito chi ce l’ha e a chi manca. Ma è anche qualcosa di dannatamente problematico. Avresti potuto farti delle domande e scoprire che in quella dipendenza da soldatini che andavi creando c’era altrettanto odio. Ma qui per rispetto sentiamo di doverci fermare. Se San Patrignano è stata la creazione di una persona, niente di più ovvio di ritrovarvi tutte le contraddizioni di quell’essere umano. Se ne fa cenno alla fine del documentario (l’AIDS, l’omosessualità, la misoginia) e ci sembra di sentire lo stesso Vincenzo Muccioli nelle parole del suo medico. “Non me lo dovresti chiedere, fermati qui”.

A noi piace un’ultima potentissima immagine di quel racconto, nella quale chiaramente ci siamo rivisti tutti quanti.

La comunità, quando funziona, è sempre un luogo organizzato. È un gruppo di lavoro, c’è un assetto più o meno gerarchico, più o meno democratico.

Quello che Sanpa ci ha mostrato e che amiamo pensare che abbia conquistato il cuore di tante persone anche fuori dall’aiutio, è ciò che rende una comunità che funziona, una comunità che funziona bene. Quella piccola casetta sporca sulla collina, i due Moratti, quell’omone che, come una grande madre, si abbracciava tutti e tutt’intorno quelle facce vive di ragazze e ragazzi. Noi immaginiamo come quelle persone sofferenti abbiano trovato lì una forza enorme. Delle relazioni, il calore, pranzi e cene tutti insieme. I due miliardari che invece di passare il fine settimana a Milano tra feste con gli amici e ricevimenti dell’alta società, le scarpe nel fango, si tenevano abbracciati quelle ragazze, fino al giorno prima devastate dalla vita. Sentendosi anche loro, come tutti noi, a qualche livello fuori dalla vita, tra le righe. Quella era la casa di tutti voi.

Ti saresti dovuto fermare lì. Ogni comunità che sopravvive negli anni e lavora bene ha quella matrice affettiva iniziale che ben raccontano quelle immagini. E ciò fa ancora più incazzare, perché tu ce l’avevi. Negli anni successivi non ti restava che lavorare su questo.

Ci piace pensare che in questi tempi cupi quelle immagini abbiano concorso al successo di pubblico di Sanpa. Qualcosa che per “noi di comunità” è pane quotidiano. Qualcosa che ha fatto intravedere per un attimo un modo alternativo, un mondo diverso. Giovanni Lindo Ferretti avrebbe detto “non vorrei essere che lì in questa incerta ora, un contesto economicamente fallimentare, socialmente insignificante, politicamente perdente, eppure lì riluce la vita nella sua essenzialità, riluce la vita nel suo mistero”.

Da quel punto in poi, invece, tu sei andato in un’altra direzione.

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