Lettera (quasi) d’amore alle assistenti sociali.

Alcune riflessioni su una futura collaborazione, originate dallo sconforto degli ultimi anni.

L’essere umano è immerso in mille domande di cui la risposta è irrisolvibile. L’origine dell’universo, il senso della vita, le meccaniche dell’amore.

Ma forse, per chi ha avuto modo di fare esperienza di aiuto ai ragazzi in casa famiglia, la domanda che più si pone ammantata di mistero è il rapporto tra la casa famiglia e il servizio sociale. A volte una domanda inquietante, di cui le sacerdotesse del servizio sociale sembrano possedere i misteri, altre volte gli operatori tendono a dimenticare, negli anni di lavoro, queste presenze trascendentali che sono e non sono colleghe, che sono il ponte tra tutte le decisioni in casa famiglia e sono tutto intorno, un pò come dio. Tanto che come di dio ci si interroga sull’esistenza. Esiste il servizio sociale?

Proveremo in breve ad entrare in tale questione, consapevoli di quanto sia rischioso avventurarsi in un territorio di cui nessuno ha il coraggio di domandare!

Veniamo subito al punto.

Ma a che servono, per noi che lavoriamo in casa famiglia, queste assistenti sociali?

E perché a volte spariscono per anni, salvo poi ritrovarle nelle questioni che riguardano la vita dei ragazzi con posizioni diametralmente diverse dalle nostre?

Altre volte a sorpresa suonano alla nostra porta nella loro versione Geheime Staatspolizei (Gestapo) e svolgono il loro ruolo di controllo della comunità. Le vedi aggirarsi con professionalità ostentata, ma ti sembra che non sappiano bene cosa stanno verificando e il loro ascolto si fa sospettoso…

Mi ricordo che anni fa si diceva che i ragazzi “sono in carico” al servizio sociale. Su mandato del Tribunale.

Il termine incarico ci aiuta in questa breve riflessione. Può essere letto alla lettera, ovvero come un’assunzione del peso, quasi del corpo. C’è il corpo umano al centro di un incarico, e ci piace pensare all’immagine di un prendere in braccio affettuoso. Quando un bambino piange lo prendi in braccio solitamente. Anche se pure su questo fronte già si sentono i moderni coach… non lo prendere in braccio, che poi si abitua! In senso figurato (ma neanche troppo) anche un adolescente che sta male va preso in braccio, contenuto, consolato.

Si percepisce allora il gravoso dell’incarico. Perché nell’atto di incaricare c’è un affidamento ad altri di una funzione e di un ufficio provvisorio. I ragazzi sono affidati al servizio sociale. E qui forse c’è un primo crinale scivoloso. Perché il termine affidamento è un ginepraio quando i ragazzi, “affidati” ai servizi sociali, sono collocati in una comunità che ha il compito di aiutarli.

Vediamo come si fa tutto già più complesso. L’affidamento ai servizi dovrebbe essere interpretato come l’affidamento di un compito, che ben si accompagna con l’incarico che gli viene dato. In quanto è piuttosto problematico considerare i ragazzi affidati ai servizi, come si intendono affidati ad una famiglia affidataria. Non vivono con i servizi, e come potrebbero farlo? Non sono loro che li curano. Come potrebbero farlo.

Ciò che viene affidato è un incarico appunto, un compito, un incarico delicato, gravoso, di fiducia, a volte penoso. Sta di fatto che per questo incarico debbono fare qualcosa?

E cosa? Perché qui crediamo sia il punto.

L’unico compito che il Tribunale può dare alle istituzioni rispetto ai ragazzi che affrontano indicibili agonie è un compito di cura. Un compito è diverso da un ruolo.

Pensiamo a ciò che spetta loro fare in relazione al proprio ufficio. Ovvero gli strumenti che si debbono fornire alle persone in difficoltà, a tutela e garanzia dei diritti sociali appunto, strumenti che consistono nelle prestazioni offerte dallo Stato in quanto (ancora) viviamo in uno stato sociale che si fonda sull’eguaglianza sociale.

Ed ecco che interviene sulla scena la casa famiglia. Uno strumento individuato dai servizi. Ma uno strumento particolare, che si esplica nel ruolo specifico di curanti.

Il suo ruolo, mi spieghi, qual è? Cantava Renato Zero. Ci piace pensare al ruolo degli attori, in quanto la casa famiglia è una grande messa in scena (di sintomi) e un dispositivo per far emergere rappresentazioni, altre scene. Così nel ruolo torna il concetto di peso; il peso nell’attuarsi di una situazione, nel realizzarla. Così che un ragazzo possa dire “è tutta colpa tua!”. Il termine è spesso usato anche nei giochi, giochi di ruolo, giochi in cui i partecipanti drammatizzano una particolare situazione.

Insomma… ci siamo un pò dilungati, interrogando dei termini, per aver una maggiore chiarezza. Ci sembra che questa si ritiri e divenga ambigua, soprattutto quando i servizi si irrigidiscono su la percezione di un affidamento a loro che si avvicina al concetto di affidamento famigliare. Un compito impossibile che spesso si traduce nella frustrazione di non potere controllare ciò che avviene in casa famiglia e con il conseguente inasprimento di un inutile controllo, che diviene un sospetto e una diffidenza a priori. Di tale ambiguità è responsabile anche la casa famiglia, ma questo tra poco.

La comunità dal canto suo spesso, non sapendo bene quale sia il suo ruolo, gioca in difesa e si fa esecutore. I ragazzi non sanno chi sono i genitori. Oppure, sempre non sapendo quale sia il suo compito, si burocratizza sui progetti educativi. I servizi sono contenti perché i pezzi di carta sono più gestibili delle persone. I ragazzi scappano o quando vogliono finalmente “usare” gli operatori, vengono mandati via.

Per ora non ho neanche accennato al lavoro di equipe. Chiaramente sarebbe un’ottima soluzione e via d’uscita dal ginepraio. Ma non è così scontato… anzi. Il lavoro di gruppo è quanto già si fa in casa famiglia. Si lavora in gruppo non per coprire i turni, come qualche ingenuo che fa le Leggi pensa. Un operatore, due operatori, genitore uno, genitore due.

Si lavora in gruppo perché ormai sempre più i nostri assistiti presentano un funzionamento al limite (le istituzioni li chiamano border line) ed è auspicabile, per aiutarli, essere tanti. Perché il gruppo riceve le scissioni e supervisionato ci lavora, in direzione di una loro integrazione.

Ciò che invece comunemente accade è solo che in gruppo si litiga. A volte proviamo ad inserire tale vertice di lettura, ma spesso siamo vissuti dai servizi come rompi palle, arroganti o peggio ancora riprende l’ascolto sospettoso.

In alcune riunioni abbiamo assistito a veri fenomeni di allucinazione negativa. Come quando cerchi di parlare del trattamento in quanto terapeuta e la collega dei servizi nel migliore dei casi non ti riconosce alcun ruolo.

Care assistenti sociali, ma che problema avete?

Appunto perché si torna difensivamente ad arroccarsi nelle proprie posizioni, che prese singolarmente non fanno che riprodurre una separazione netta nell’anima dei ragazzi tra i buoni e i cattivi. Insomma un bel casino.

Il problema caro servizio sociale te lo dico io ed è che le ragazze e i ragazzi di cui ci occupiamo presentano situazioni sempre più difficili. E dunque tutto quanto, anche il vostro ruolo, va ripensato. Cambiamento che, lasciatevelo dire, sulla prima linea sta avvenendo da tempo.

E noi ci teniamo a voi.

Con questi livelli di sofferenza non si scherza e non si può perdere tempo. Negli anni personalmente ho visto alcune di voi venire a pranzo, seguirci in strada a cercare i ragazzi… ecco appunto le fughe. Prendiamo questo esempio semplice. Se voi rispondete alle fughe come fallimento della casa famiglia dimostrate che non state capendo. Se rispondete alle fughe amministrativamente, avanzando il discorso che i giorni fuori della casa famiglia non verranno pagati, proprio non volete capire. Le fughe sono un sintomo e quando i ragazzi si nascondono vanno trovati. Col vostro aiuto magari. Ma non deve accadere che voi impediate tutto ciò.

Perché il modello che tutti noi, insieme, dobbiamo seguire è tutto sommato semplice. Un ragazzo che sta male va dal dottore. Ce lo portano i genitori e voi qui avete questo ruolo. Il medico fa una diagnosi e propone una cura. La condivide con i genitori i quali hanno i compito (il dovere) di lasciare che quel medico si occupi della sofferenza dei loro figli. Quel ragazzo sofferente si troverà allora tutto intorno un bel gruppo di adulti, che sa il proprio mestiere e sa cosa fare. I genitori si fidano del medico e il medico non ha altro parametro che la clinica. Ovvero… ovvero il trattamento terapeutico, l’arte (la scienza!) di curare la sofferenza.

Certo il trattamento impone al medico un ruolo genitoriale perché così funziona il trattamento di ferite all’origine della vita. Ciò può creare ambiguità ma non lo scegliamo né noi né voi. È un metodo che va condiviso ed è l’unico metodo di aiuto che insieme possiamo proporre.

Servizi sociali e case famiglia non debbono avere altra indicazione che la clinica. Deve essere l’unico parametro. E quando voi svolgete il vostro ruolo di controllo, utilissimo, dovete essere più coraggiose, dovete comprendere profondamente se c’è nel gruppo dei curanti questo parametro e come viene realizzato. Altrimenti è tutto fallimentare. Il vostro e il nostro ruolo.

Scriviamo queste riflessioni proprio perché ci fa profondamente arrabbiare ogni volta che non capite e vi imputate venendo meno ad un ascolto silenzioso, a delle proposte che solo voi potreste fare e ad un dialogo serio che aiuterebbe i ragazzi. Ci fa arrabbiare perché sempre più vediamo il coraggio dei ragazzi e delle ragazze scontrarsi con l’incomprensione dei servizi. Di colleghe che parlano con i ragazzi ospiti delle comunità una volta l’anno. Su via!

Se deve essere così una risposta al vostro ruolo dovreste darvela da sole ed è il nulla.

Viceversa frequentate le comunità, venite a pranzo, a cena, in vacanza. Alcune di voi lo fanno e sono preziose colleghe.

Nel frattempo che decidete da che parte stare noi vi aspettiamo con affetto, ma andando avanti nel nostro lavoro, anche senza di voi o contro di voi. Vi aspettiamo dalla parte dei ragazzini. Perché ci troverete sempre dalla parte dei ragazzini.

Adesso… se sei un’assistente sociale e sei arrivata fin qui, magari odiandoci un po’, ma con curiosità e coraggio, vuol dire che forse ci stiamo capendo.

In questi venti anni abbiamo avuto l’onore di lavorare con alcune di voi che hanno letteralmente fatto scuola, da cui abbiamo imparato tanto. Colleghe e colleghi della “vecchia scuola” con cui siamo stati in strada, nei campi Rom, nelle case dei ragazzi dove quell’agonia si respira, nell’inferno del carcere.

Cara amica, avrai capito che senza di te non possiamo lavorare, ma che come sai tutto sta cambiando. E il nostro è solo un invito a cambiare insieme.

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