La nascita di una madre.

Waterman B. (2010) Roma: Ma.Gi.

Nel linguaggio comune si dice solitamente che un’idea è stata “partorita”. La metafora del parto ben si addice al venire al mondo, alla presenza, di un’idea così come di un libro. E’ una presenza che segue ad un momento di fusione, nel quale l’idea e l’ideatore sono un tutt’uno.

In tal senso B. Waterman nel primo capitolo del suo libro La nascita di una madre, può ben parlare del “concepimento di questo libro”. Un lavoro che confina molto e spesso sconfina con l’esperienza stessa dell’autrice, ovvero le vicissitudini di una madre non biologica alle prese con l’esperienza della maternità. Esperienza che l’autrice definisce come universale. “E’ mia intenzione dimostrare l’universalità delle vicissitudini della maternità, ferme restando le divergenze specifiche nelle esperienze di madri biologiche e non”(p.16).

Da qui si dipartono le strade battute da questa ricerca. Perché se la maternità biologica si fonda e ha inizio, almeno in prima battuta, su una “fase di comunione in utero, seguita dall’esperienza di non uno né due nel periodo post partum (Oxenhandler, 2001, p.25), le madri non biologiche devono affrontare fin dall’inizio le specifiche caratteristiche temperamentali e genetiche del figlio e le eventuali divergenze attribuibili al diverso background familiare ed etnico” (p.17).

Dunque queste diverse esperienze si inscrivono a giusto titolo nell’universale esperienza della maternità, ma in modo proprio, ovvero non come comunione, ma come incontro: “incontro tra due menti” diverse tra loro, che comporta una grande eccitazione, ma anche il confronto tra queste differenze. L’impressione che si ha nella lettura del libro della Waterman è che quest’incontro sia al tempo stesso preludio e conseguenza di uno statuto della famiglia ormai diverso rispetto alla concezione della famiglia tradizionale e che in questo incontro, tra la madre non biologica, affidataria o adottiva e il bambino solo, ad incontrarsi siano contenuti psichici diversi ma molto vicini tra loro. Menti che presentano incidenti di percorso molto simili, traumi assimilabili, dettati dal lutto e dall’abbandono.

Sia da un punto di vista sociale che intrapsichico dunque, i nuovi assetti vengono definiti dall’Autrice alla luce delle relazioni di attaccamento. Gli stessi stili di attaccamento sono i pennelli con cui la Waterman dipinge e descrive l’esperienza critica e feconda della maternità non biologica e risentono della necessità di nuove definizioni.

“E’ dunque giunto il momento di includere nel concetto di maternità il percorso interiore compiuto dalle madri non biologiche. L’ideale della famiglia nucleare non costituisce più la realtà per molti bambini che crescono nella società attuale né per le loro madri. La prospettiva futura sullo sviluppo infantile dovrà includere i legami di attaccamento tra madri non biologiche e i loro bambini” (p.19).

Quella descritta dalla Waterman è la realtà assistenziale della democratica California. Una realtà in cui uomini e donne formano nuovi nuclei familiari con l’eredità di passati matrimoni, nella quale coppie gay e lesbiche hanno libero accesso al sistema di affidamento, così come madri single non riuscendo a procreare decidono di adottare bambini senza madri. Gruppi sempre più articolati ed estesi, all’apparenza indifferenziati, erosi, assistiti da una rete di agenzie, professionisti, gruppi di auto-aiuto che supportano le difficoltà di una realtà familiare esistente di fatto e di diritto, ma non ancora metabolizzata completamente dal sistema sociale che non garantisce sempre adeguati riti di passaggio a sancire queste nuove esperienze.

E se il libro si pone l’obiettivo di aiutare le madri non biologiche affinché “imparino a non lasciarsi trasportare dall’emozione, ricorrendo piuttosto ad una sana e costruttiva pausa di riflessione” (p.22), un altro obiettivo del libro è proprio quello di mettere in discussione la supremazia ideologica della cosiddetta famiglia nucleare tradizionale, nonché il mito della madre biologica perfetta.

Dunque La nascita di una madre si propone come un libro che desidera aggiornare gli aspetti sociali riferiti alla famiglia e alla maternità, con una funzione di contenimento rispetto a quelle vicissitudini che la decisione di divenire madre di un figlio non biologico porta con sé. Libro concepito e libro contenitore dunque.

E qui l’Autrice, attraverso il concetto di “preoccupazione materna primaria” (Winnicott 1956) ci porta nel cuore di quest’incontro del tutto particolare. Winnicott definisce la preoccupazione materna primaria come una “malattia normale”, un ambiente creato dalla madre che permette al bambino la continuità del suo essere, attraverso un’elevata sensibilità dei bisogni del bambino. “Devoto” è il termine che secondo Winnicott contiene il senso ultimo di questa malattia dalla quale la madre guarendo porta il figlio verso la strutturazione di un io. Preoccupazione temporanea dunque, in quanto le carenze materne in questa fase sono percepite dal bambino come minacce di annichilimento, che però non conducono all’annichilimento. “Un sé che può permettersi di morire” lo definisce lo stesso Winnicott.

Ma nell’incontro descritto da B. Waterman l’evoluzione si fa più complessa, in quanto questo ambiente facilitante diviene ricettacolo per numerose proiezioni. “Il bambino attribuisce sentimenti propri alla madre, che finisce per identificarsi con tali emozioni, contenendole al posto del bambino” (p.63). La funzione di contenimento rimane e anzi viene rafforzata dal fatto che questi bambini sono alle prese con una seconda fase, una riedizione della fase primaria nella quale possiamo dire che qualcosa era andato storto.

Nei numerosi casi clinici, film, stralci di giornali e riviste, discussioni con colleghe e amiche, nonché nella narrazione di un’esperienza personale ci sembra di rintracciare proprio questo tema, ovvero la necessità di forgiare un attaccamento significativo per generare un senso di appartenenza, all’interno di una “seconda possibilità”.

A maggior ragione proprio lì dove tutto ciò è reduce da una prima esperienza fallimentare, in quanto la “seconda mamma” parte proprio da un incontro tra due storie già scritte e diverse tra loro. “La preoccupazione materna primaria aiuta il bambino a sperimentare se stesso in maniera diversa, nel contesto di una relazione soddisfacente e lo incoraggia a liberarsi delle precedenti proiezioni genitoriali distruttive” (p.66).

E questo forse è uno dei punti di maggiore interesse del lavoro della Waterman. In quanto entrambi, mamma e bambino, nel loro incontro fanno i conti con una perdita importante e insieme cercano un’elaborazione possibile.

Attraverso una grande ricchezza di materiale e un’analisi molto chiara e onesta l’Autrice ci accompagna nelle difficoltà incontrare dalle donne che decidono di adottare e di rinascere nella maternità. Sono difficoltà legate all’elaborazione di un lutto, della perdita, della delusione di non poter dare alla luce un figlio. “In una cultura basata sul progresso, sull’onnipotenza e sul controllo assoluto della natura, risulta ancor più difficile accettare le limitazioni umane” (p.53). Le madri non biologiche, come quelle biologiche, sono alle prese con la loro storia. Ma le prime sentono sulle loro spalle l’ombra della perdita sempre in agguato.

In tal senso, seguendo lo stile della Waterman fatto di molteplici rimandi al mito e ad una dimensione allegorica, ci viene in aiuto quella che nell’iconografia delle fiabe è il personaggio della matrigna.

Nella parola composta inglese stepmother (matrigna), step deriva dal Middle English steif, che indica la mancanza di qualcosa (in origine il termine si applicava infatti agli orfani). Dunque una stepmother è la madre di un bambino che ha subito una perdita. Il lutto e il senso di perdita costituiscono la sua raison d’etre. Nelle favole la matrigna entra in scena dopo un decesso, richiamata dal senso della perdita. Spesso, in seguito alle sue oscure macchinazioni, il male si rivolge contro se stesso, conducendo alla risoluzione finale del lutto. La matrigna è la forza che spinge il bambino a smettere di piangere e a passare all’azione.

In questa figura è racchiusa tutta l’ambivalenza del ruolo di madre non biologica, che tiene in sé il fattore di cambiamento, ma anche la sua appartenenza al regno delle ombre. Ciò che ne deriva è una crescita eroica per questi bambini che hanno subito una perdita. L’eroismo sta proprio nel fatto che questo loro rapporto non si stabilisce dal nulla, ma emerge a seguito della perdita straziante.

E si giunge così ad esplorare l’altro lato di questo rapporto particolare. Se da un lato abbiamo la matrigna con il suo lutto e le sue oscure macchinazioni che rappresentano il suo modo di elaborare il lutto, dall’altro lato abbiamo il bambino che ha fatto esperienza della perdita nelle prime fasi della sua vita.

La Waterman descrive molto approfonditamente questi bambini e i loro traumi. Sottolinea nella narrazione soprattutto le difficoltà a cui i nuovi genitori sono sottoposti. In quanto questa perdita verrà trasmessa nel rapporto con la nuova famiglia attraverso aspetti controtransferali molto “concreti”. In tal senso “i bambini impegnati nel processo di elaborazione del lutto hanno un disperato bisogno di genitori capaci di tollerare la loro rabbia e l’inconsolabile dolore, senza lasciarsi distruggere dall’intensità di queste emozioni, ma condividendo con i bambini l’orrore delle loro prime esperienze” (p.121).

La nascita di una madre è, se vogliamo, anche una lunga carrellata di storie di bambini senza madre e del loro coraggioso lavoro per superare i profondi traumi subiti. La Waterman ci fornisce una generosa panoramica sull’espressione di questa rabbia e dei conflitti inevitabili che si instaurano con la nascita di nuove famiglie che al loro interno portano il peso dell’abbandono.Tanto che si potrebbe invertire il titolo e con lo stesso gioco di parole parlare sia della nascita di una madre che del divenire un figlio, da parte di bambini che sembrano venire al mondo fondati nel trauma più che nell’amore.

Così che, seguendo Winnicott ci sembra di poter dire che quella che l’Autrice definisce come una “terapia d’urto” (p.116), da parte di genitori acquisiti che aiutano bambini che hanno subito traumi nei primi anni di vita a recuperare un senso stabile di sé e del rapporto con gli altri, sia possibile proprio in quanto anche questi genitori hanno subito ed elaborato il trauma del loro lutto, entrando in scena dunque proprio grazie alle loro lacune.

Ci sembra interessante aggiungere che questo tipo di “terapia” risulta centrale anche nella fase dell’adolescenza, con ragazzi che a vario titolo e con storie differenti, si trovano nella possibilità, propria di questa fase della crescita, di riaffrontare quelle vecchie ferite. Nel libro non mancano esempi di adolescenti in affidamento o in casa famiglia, seguiti da genitori single aiutati da professionisti e da diverse agenzie sociali, o anche da gruppi di adulti impegnati con ragazzi difficili. Per l’autrice queste sono comunque cornici familiari nelle quali i ragazzi possono esprimere la loro rabbia, come se il conflitto appunto rimandasse alla possibilità di una futura relazione. E la Waterman non si stanca di sottolineare, in un dialogo continuo con i genitori affidatari, che questo conflitto è inevitabile.

Ci sembra indicativo degli obiettivi e della prospettiva del libro che l’Autrice chiuda il suo lavoro con un capitolo dedicato agli “orfani moderni” (p.233). Con Punnett (2002) l’autrice chiama questi bambini e ragazzi “orfani dell’anima” (p.234). Come se in loro fosse mancata oltre che una base sicura, qualcuno che li sapesse tenere a mente. Qui non è centrale la natura del rapporto madre bambino. Che sia o meno biologico questi orfani dell’anima hanno mancato l’appuntamento con la possibilità stessa di avere una psiche, cresciuti senza poter contare almeno su una figura di attaccamento stabile capace di tenerli a mente. Rappresentano l’estremo negativo di tutte le situazioni e storie narrate nel libro, come un ultimo anello in cui si racchiude il rischio e la meta ultima di una serie di fallimenti.

Attraverso questi orfani moderni emerge con maggiore chiarezza quanto sia importante il dispositivo di cura che in qualche modo può assumere su di sé il peso della trasformazione di questo tipo di sofferenza. L’Autrice usa per definirli i loro stessi fallimenti, ovvero su un piano concreto tutti gli affidamenti falliti, i collocamenti in casa famiglia e le fughe messe in atto da questi ragazzi. Ciò che emerge è il fallimento stesso come messa in scena di un contenuto inconscio scisso e non narrabile altrimenti che attraverso una disperata e concreta scia di abbandoni. Qui ogni base sicura fallisce il suo mandato.

A maggior ragione si avverte il bisogno di una riscrittura del concetto tradizionale di famiglia, nel senso che in questi casi particolari di ragazzi gravi “le figure di attaccamento non biologiche o i legami stabiliti con i membri della famiglia allargata possono rappresentare l’unica ancora di salvezza” (p.238). Questi ragazzi si curano in gruppo, senza rischiare l’istituzionalizzazione, o meglio il concetto stesso di istituzionalizzazione. Ad emergere come dispositivo terapeutico è un gruppo di adulti che si prenda cura di loro.

In tal senso la Waterman auspica una modifica radicale delle politiche sociali, che includa modelli familiari alternativi e sappia dare il giusto peso all’educazione e alla cura di questa categoria di bambini.

“Come membri della società, abbiamo l’obbligo di sostenere i genitori non biologici, i cui sforzi sono spesso ignorati o sottovalutati” (p.246).

Se durante tutto il libro l’Autrice non risparmia insegnamenti e raccomandazioni per questo tipo di genitori, ci sembra che uno di questi insegnamenti possa essere rivolto proprio a chi si occupa di aiuto ad adolescenti gravi, ovvero la possibilità di intervenire da parte di figure terze in mutate condizioni familiari sul senso e sugli affetti di perdita.

Una personale risposta dell’Autrice sta nella richiesta di una maggiore cura nel definire gli aspetti rituali rispetto a questi ruoli insiti nelle famiglie allargate e post-moderne. Un rito è sempre segno di appartenenza e rende possibile al soggetto una rappresentazione della propria sofferenza che non ceda alla vergogna e al silenzio, in una sorta di comunione sociale.

Ne è un esempio il rituale giapponese chiamato mizuko kujo, per le donne che hanno perso un figlio. La cerimonia si basa sul riconoscimento del neonato mediante la costruzione di una lapide con un nome postumo, “sormontata da una statua di Jizo, lo spirito protettore dei bambini” (p.38). Gli spiriti sono onorati attraverso questi riti detti dei “bambini acquatici” e le madri confortate dall’idea di aver agevolato il bambino verso la sua successiva rincarnazione.

Bibliografia

BALDINI T. (2010). Gruppalità come metodologia di cura presso “comunità di tipo familiare”. AeP adolescenza e psicoanalisi. V-2, 71-82.

WINNICOTT D.W. (1956). La preoccupazione materna primaria. In: Winnicott D.W. (1958). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Firenze: G.Martinelli (1991).

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